Pare che alla UE, dopo anni di abbrutimento, abbiano avuto finalmente un’idea intelligente. Ci hanno mezzo quarant’anni per arrivarci, ma meglio tardi che mai. L’idea di istituire una imposta sulle transazioni finanziarie è appunto di James Tobin e risale agli anni settanta. Questo è ciò che scrivevo sulla Tobin Tax nel mio libro Un Milione al mese a tutti: Subito! che è del 1999.
“Di estremo interesse è, invece, la proposta di un’imposta sulle attività finanziarie proposta circa vent’anni fa dal premio Nobel per l’economia James Tobin, che faceva propria una vecchia idea di Keynes.
La proposta di Tobin si riferiva in particolare alle attività di cambio che, già alla sua epoca, erano diventate di grandi dimensioni, ma il dibattito che ne è seguito, ha visto pian piano estendere la proposta di applicazione dell’imposta Tobin a molte altre attività finanziarie1.
L’idea di fondo della Tobin tax è quella di ridurre i movimenti speculativi sui capitali, per mezzo di un’imposta variabile tra 5 e 25 punti base da applicare su ogni operazione di cambio tra le valute. Un punto base corrisponde allo 0,01% del capitale considerato e, quindi, l’imposta oscillerebbe tra lo 0,05% e lo 0,25% su ciascuna operazione.
E’ evidente che una simile imposta renderebbe antieconomiche ripetute operazioni pronti contro termine sullo stesso capitale, e pertanto, pure in un regime di cambi fluttuanti, quale quello determinato nel 1971 dopo l’abrogazione degli accordi di Bretton Woods, l’effetto sarebbe quello di una relativa stabilità dei cambi tra le valute e di un freno alla speculazione finanziaria2.
L’imposta Tobin, avrebbe il duplice effetto di ridurre la quantità di operazioni sulle valute e quello di fornire un gettito estremamente interessante, dato il volume di transazioni che quotidianamente avvengono sulle valute.
Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, infatti, nel 1995 il volume delle contrattazioni quotidiane sulle valute assommava a 1.300 miliardi di dollari, inclusi i contratti derivati, pari a 312.000 miliardi di dollari sull’anno lavorativo di 240 giorni3.
L’originaria proposta di Tobin prevedeva l’introduzione dell’imposta a livello internazionale, nell’ambito di un nuovo accordo sulla regolamentazione delle valute, dopo Bretton Woods. Il rischio, infatti, è che, se applicata da parte solo di alcuni paesi, l’imposta potrebbe essere facilmente elusa per mezzo di operazioni con contratti derivati.
R. Dornbusch4 sostiene che “non vi è motivo di tassare unicamente le operazioni di cambi esteri. Poiché ogni forma di instabilità del mercato delle attività suggerisce la presenza di speculazioni a breve, in tutti i mercati finanziari, la risposta dovrebbe essere un’imposta sugli affari finanziari su scala mondiale. Un’imposta siffatta, di ammontare contenuto, adottata universalmente su tutte le transazioni finanziarie, forzerebbe i mercati delle attività ad avere una visione di lungo periodo nella determinazione dei prezzi delle stesse5. Come risultato, si otterrebbe una speculazione più stabilizzante. I motivi a favore di una simile imposta sono divenuti sempre più evidenti dopo la crisi del 1987“.
Aggiungiamo che i motivi a favore di un’imposta del genere, sono divenuti evidentissimi ed impellenti dopo la crisi finanziaria del 1997, che ha travolto le economie del sud est asiatico.
La medesima raccomandazione di un’imposta generale sulle operazioni finanziarie, fu suggerita dalla Commissione indipendente sulla popolazione e la qualità della vita6, che calcolava in 150 miliardi di dollari (ovvero circa 270.000 miliardi) i presumibili proventi di un’imposta di un punto base, ovvero dello 0,01%.
P. B. Spahn sostiene che l’imposta “potrebbe anche venire introdotta sugli scambi di derivati a metà dell’aliquota standard, o a un punto base. Ciò permetterebbe ai mercati dei derivati di continuare a funzionare a basso costo, impedendo allo stesso tempo l’utilizzo dei derivati per evadere le imposte“7.
Il governo americano ha proposto a più riprese (Bush nel 1991, Clinton nel 1998), l’introduzione di una commissione da 11 a 15 cents sulle operazioni futures, ma il Congresso, dove le lobbies finanziarie sono particolarmente forti, ha sempre respinto le proposte.
Altra imposta proposta negli USA durante la discussione del bilancio del 1990, fu la STET, ovvero un’accisa generale dello 0,5% su tutte le operazioni finanziarie (azioni, obbligazioni, certificati di credito, interessi societari, contratti di opzioni e futures) ad eccezione dei titoli di Stato, ma anche quest’ipotesi fu accantonata.
I proventi dell’imposta potrebbero essere utilizzati, secondo Tobin, per aiuti internazionali ai paesi terzi. Il Programma per lo sviluppo dell’ONU ha calcolato che l’eliminazione delle peggiori forme di povertà nel mondo, con la fornitura di energia, acqua e fognature ai più bisognosi, costerebbe tra i 30 e i 40 miliardi di dollari all’anno, ovvero un terzo circa dei proventi di un’imposta Tobin dello 0,05% sulle transazioni in valuta estera.
L’imposta Tobin è evidentemente progressiva, dato che le persone con basso reddito non sarebbero minimamente coinvolte nel suo pagamento. Rispetto ai mercati finanziari, un’imposta generale sulle transazioni finanziarie, ha l’effetto di ridurre la velocità di circolazione della moneta abbassando il tasso di inflazione.
Il dibattito che si è svolto sull’imposta Tobin nella (preoccupata) indifferenza delle istituzioni politiche e finanziarie, ci consente alcune riflessioni.
Anzitutto che un’imposta generale sulle transazioni finanziarie è possibile – poiché, infatti, non genererebbe alcuna perturbazione significativa sui mercati finanziari e darebbe un gettito rilevantissimo – ed auspicabile, poiché potrebbe limitare la velocità di circolazione della moneta.
La seconda è che, per essere efficace, la Tobin deve essere applicata su tutte le transazioni finanziarie, altrimenti potrebbe essere facilmente elusa. Oltretutto, l’istituzione dell’Euro, può avere come effetto una notevole riduzione delle transazioni di cambio sulle valute, dato che quelle europee ormai, hanno rapporti invariabili tra di loro.
1 Sulla Tobin tax vedi l’eccellente lavoro di Alex. C. Michalos, Un’imposta giusta: la Tobin tax, op. cit., nel quale si trova una panoramica completa delle posizioni assunte da economisti e operatori finanziari sull’imposta.
2 Cfr. nota 57.
3 Interessante notare che, in pratica, tutte le operazioni di cambio del mondo vengono trattate da diciotto paesi, tra i quali la Gran Bretagna pesa per il 30%, gli USA per il 16%, il Giappone per il 10 e l’Italia per l’%. D. Felix, calcola che, escludendo i contratti derivati, il volume netto delle contrattazioni comprendeva il 43% di operazioni a pronti (cioè operazioni saldate in meno di tre giorni), l’8% di operazioni a termine secco (ovvero saldate in tre o più giorni) e il 49% di operazioni pronti contro termine (rappresentate cioè da cambi di una valuta in un’altra, definiti in un dato giorno, abbinati a una operazione di cambio inverso nel giorno successivo). di Alex. C. Michalos, Un’imposta giusta: la Tobin tax, op. cit. pag. 42.
4 R. Dornbusch, Exchange rate economics, in Current Issues in International Monetary Economics, a cura di D. Llewellyn – C. Miller, Macmillan, London, 1990, ibidem , pag. 47
5 Ovvero a finanziare attività economiche e ridurre la componente puramente speculativa dei propri interventi.
6 Indipendent Commission on Population and Quality of Life, Caring for the future, Oxford University Press, N.Y. 1996. Ibidem pag. 49.
7 P.B. Spahn, International Financial Flows and Transaction taxes: Survey and Options, in IMF Working Paper n° 60, Washington (D.C.) 1995, Ibidem pag. 49.

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