Strategia e tattica, come i concetti sono comunemente intesi, hanno le loro radici nella teoria militare. Lo studioso gesuita francese Michel de Certeau, tuttavia, fece una distinzione tra i due termini che salta un pò della storia marziale di queste idee.
Nel linguaggio militare, la strategia è l’identificazione di campagne chiave che sono necessarie per raggiungere l’obiettivo principale – nella maggior parte dei casi, vincere la guerra. Le operazioni sono il livello di pianificazione che determina le battaglie chiave necessarie per vincere le campagne. Le tattiche sono quelle tecniche necessarie per vincere le battaglie. Quindi la tattica è subordinata alla campagna, che è subordinata alla strategia. Coloro che adattano il modello ereditano la gerarchia in cui si basa.
De Certeau ha adottato un approccio diverso, proponendo tattiche non subordinate alla strategia ma opposte. Ha scritto sulle persone nella vita di tutti i giorni, non in condizioni di estremità e conflitti, in un libro intitolato The Practice of Everyday Life (1984).
L’impostazione della strategia, osserva de Certeau, è sempre di competenza del potere. La strategia presuppone il controllo. La strategia è auto-segregante, allo stesso modo in cui amministrazione e gestione sono auto-separate, configurandosi come un insider barricato. I leader strategici diventano il Soggetto; il sottomesso ed il nemico diventano gli Oggetti. La strategia presuppone un gruppo che svolge campagne.
Contrariamente alla strategia, de Certeau definisce la tattica come la sfera del non potente. Individua la tattica non come un sottoinsieme della strategia, ma come un adattamento all’ambiente, che è stato creato dalle strategie dei potenti. La commissione urbanistica può determinare quali strade ci saranno, ma il tassista locale capirà come navigare al meglio nella realtà vissuta di quelle strade. Questa arte del fare è ciò che de Certeau chiama bricolage, un processo che spesso implica cooperazione tanto quanto concorrenza.
La strategia, riconosce de Certeau, fa due presunzioni: controllo e “gruppo di noi” contrapposto a “gruppo di loro”. La contraddizione intrinseca della strategia è che il controllo non è mai perfetto e la situazione su cui è stata costruita la strategia è in continua evoluzione, il che rende costantemente obsoleti gli aspetti della strategia. L’auto-segregazione dei “gruppi di noi” ingigantisce questi aspetti miopi della strategia, perché anche i muri che tengono fuori gli altri oscurano la loro visione. La strategia diventa pericolosamente autoreferenziale.
La tattica, d’altra parte, è un’azione in uno stato costante di rivalutazione e correzione, basata direttamente su osservazioni dell’ambiente reale. Il teorico tattico John Boyd ha piuttosto schematicamente schematizzato questo processo come un “loop OODA”, in cui le persone osservano l’ambiente circostante (O), si orientano sugli sviluppi più importanti nell’ambiente (O), decidono su un corso immediato di azione (D) , agiscono (A), quindi tornano immediatamente all’osservazione dell’ambiente per vedere come la loro ultima azione avrebbe potuto cambiarlo (orientarsi di nuovo, decidere di nuovo, agire di nuovo, in un ciclo adattivo perpetuo). Non c’è presunzione di come andranno le cose, come nella strategia. Invece, c’è disponibilità a trarre vantaggio da cambiamenti imprevedibili; questo si chiama agilità tattica, ed è spesso ciò che distingue le rivolte popolari rispetto alle istituzioni che cercano di rovesciare: loro hanno una strategia, noi abbiamo una tattica.
Le strategie sono minate dall’imprevedibilità. La tattica rende l’imprevedibilità un alleato.
Further Insights
- Stan Goff, “Strategy and tactics,” Feral Scholar, September 29, 2010, Fantasy.
- Michel de Certeau, The Practice of Everyday Life. (University of California Press, 2002).
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